IL SIGNOR FURY
Il Signor Fury.
di Luca Tarozzi
Il solito spostarsi verso la punta della città, alla ricerca dell'ideale nido delle aquile, a trovare scorci, là nel deserto di luci, una vastità sovrana di illuminazione.
Da lassù potevano vedersi gli incendi nascere nelle abitazioni, le lingue di fiamma si distinguevano nitide nonostante l'aura di inquinamento, quel dono della civiltà industriale per la creazione di grandiosi tramonti saturi di colori.
Un'intera rete semaforica danzava ritmicamente mentre dava prima torpore poi una sonante sveglia ai pochi viandanti motorizzati della notte.
Solo i rumori non filtravano. Si distinguevano le cicale, i grilli, talvolta lo strisciare di un orbettino, silenzioso tra i fili d'erba e i fiori di campo.
Quella sera il viandante posò il suo corpo stanco sull'altura dominante quell'inferno di luci all'ora del ritiro solare. Come aveva previsto era stato ricco di sfumature, dal viola all'arancio, i riflessi rimbalzavano sulle vetrate degli edifici creando un magnifico effetto satinato sulla superficie della città.
Mangiando una mela e standosene lì a pensare a lei, a come avrebbe potuto convincerla (sembrava tardi ormai), passò un'ora, ed il monopolio dell'illuminazione era passato alla complessa struttura ai suoi piedi, il cielo era nero e si copriva rapidamente di minacciose nuvole gonfie di pioggia.
Lanciò il torsolo giù per la collina e fece per andarsene.
Ma mentre ebbe appena girate le spalle alla città lontana, un bagliore intenso lo illuminò ed il tuono lo colse nell'atto di aprire la portiera dell'auto.
Il boato fu così terrorizzante che lo indusse a riparare nella vecchia, rugginosa Chevy.
Osservò cosa stava succedendo laggiù.
La vecchia città, chiusa da colline su due lati, era ancora più silenziosa, ora.
Non distingueva movimento nell'intrico di strade, ora. Nessuna auto. I semafori erano tutti fermi sul giallo. In qualche quartiere lontano mancava l'illuminazione, riquadri nera sulla scacchiera.
Il cielo era spaventoso, nero, plumbeo. Si vedevano lampi che rischiaravano qua e là le nuvole, orizzontali e rapidissimi.
Ci fu un momento, così, all'improvviso, di calma completa.
Poi cominciò a scatenarsi un inferno azzurro sulla città.
C'era profumo di mele nell'aria.
L'elettricità correva per le vie.
Decine di fulmini si scagliarono contro gli edifici, contro gli alberi, sui parafulmini argentati.
Il rombo assordante era continuo, senza un attimo di sosta.
Piovevano fulmini. Nascevano incendi, ovunque. Niente era più illuminato, mancava energia, era tutta nell'aria. Luce a scarica di gas. Meravigliosa e letale.
Il viandante stringeva il volante dell'auto come se stessero cercando di strapparglielo dalle mani. Le nocche bianche. Il volto pallido illuminato dal terrore delle saette.
Non c'era sirene, solo il tuono.
Ormai il fuoco degli incendi dava aurora a mezza città.
Palle di luce azzurrognola rimbalzavano nelle strade, colpivano scintillando i pali dei semafori, incendiavano i cassonetti.
Fulmini globulari, come se piovesse. Tante palline impazzite in un flipper chilometrico.
L'uomo aveva le lacrime agli occhi, pensava alla gente, pensava a quando sarebbe finito, se sarebbe mai finito, a quanto fosse straordinariamente bello.
Vedeva le sfere di energia scendere dalle colline che circondavano la città, lasciando una scia infuocata dietro di loro.
Poi finì. Rapido com'era cominciato. Sembrava di assistere in prima fila allo storico incendio di Londra, Turner assiso sulla collina, impotente, spaventato ma nel contempo affascinato dal quell'evento tanto singolare quanto catastrofico.
Cominciò a piovere, da spaccare i vetri.
Cominciarono le sirene.
Un ultima sfera di fuoco correva indisturbata per la Terza Strada, cercava le sorelle. Si perse dietro un vicolo, dove c'era un buon ristorante giapponese che il viandante usava frequentare. Il miglior sushi della città.
Piovve per tre giorni consecutivi, gli incendi si spensero. Un mese dopo ogni casa, ogni palazzo, ogni costruzione aveva montato in cima al tetto un parafulmine, centinaia di signor Fury si mossero per la città col loro campionario sferragliante.
Per il viandante la visuale da lassù cambiò. Troppo metallo, ora.
Non accadde mai più nulla del genere.
Ma in quella strana valle molte persone vennero colpite da un fulmine, una saetta isolata, né preceduta né seguita da altre.
Un fulmine solitario, un sicario spietato.
Vennero riempite molte bare, e la gente del posto cominciò a porre sulle lapidi scaramantici e stravaganti epitaffi, tanto che molti scalpellini vennero quasi considerati poeti.
Ve lo immaginate un sindacato degli scalpellini? Beh, in quella strana città esiste, e ve n'è uno anche dei venditori di parafulmini. E talvolta si sono verificati anche degli scioperi.
E non esiste una cura per la morte da fulmine.
Qualcuno ci ha provato.
Dopo essere stato colpito, un certo Frank Devon, un agricoltore di mezz'età, è rimasto in vita per tre settimane, senza capelli, la lingua ridotta come un fermacarte demodé.
Ustionato sulla quasi totalità del corpo, più o meno gravemente. Passò tre settimane a disegnare, in ospedale, ovunque potesse. Sui muri, sui lenzuoli, sul pavimento. Disegnava cavalli. Quando gli tolsero la penna, cominciò a straziarsi le piaghe delle ustioni per trovare un po' di inchiostro rosso.
Morì venti giorni dopo, sognando cavalli.


domenica, 5 febbraio 2012