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 mercoledì, 10 marzo 2010

La carcerazione femminile

La carcerazione femminile: recupero e reinserimento
Dal Parlamento europeo nuove e più umane linee guida per la carcerazione femminile


di Marina Tagle

 L’esigenza di trattare un argomento così particolare era avvertito da molto tempo, soprattutto nel settore “femminile” per il quale vi è stata forse troppa disattenzione. Ora il Parlamento ha votato nuovi indirizzi sia per le pene alternative sia per il recupero delle detenute, sottolineando l’aspetto del problema della maternità quale primario. Infatti, da oggi,nei singoli Stati, bisogna tenere maggiormente conto della specificità delle donne in prigione, soprattutto delle madri e delle donne incinte. Occorre privilegiare pene alternative e, in caso contrario, garantire assistenza e servizi adeguati .Per quanto riguarda poi la salute delle detenute, si sono create le condizioni per agevolare l’accesso alla diagnosi precoce dei tumori promuovendo i contatti familiari e con l’esterno, e programmi di istruzione e formazione per favorire il reinserimento professionale. Altro aspetto importante del provvedimento, su iniziativa della onorevole Maria Panayotopoulou-Cassiotou, è l’invito ad investire risorse sufficienti a favore dell’ammodernamento e dell’adeguamento delle infrastrutture penitenziarie al fine di assicurare condizioni di detenzione rispettose della dignità umana e dei diritti fondamentali; agli stati membri è chiesto un rapido aggiornamento in materia di alloggio, sanità, igiene, alimentazione, aerazione e luce. Ma l’aspetto che vogliamo sottolineare è la richiesta di adozione di una decisione quadro dell’UE, sulle norme minime di protezione dei diritti dei detenuti per giungere a una maggiore armonizzazione delle condizioni di detenzione in Europa, in particolare per quanto attiene al rispetto dei bisogni specifici delle donne. In Europa, le donne costituiscono in media il 4,5-5% della popolazione carceraria complessiva.

 Se a Malta vi sono solo 11 donne imprigionate, in Spagna sono circa 5.000 (7,9% del totale nazionale) e nei Paesi Bassi circa 1.800 (8,8%). In Italia sono invece poco più di 2.600 (4,7%). Dalla relazione, si evince quindi lo specifico interesse al mondo della carcerazione femminile. I dati analitici contengono un invito dettagliato agli Stati membri a tenere maggiormente presenti le specificità femminili e «il passato spesso traumatizzante delle donne detenute». Nel documento è vivo l’invito ad introdurre strutture di sicurezza e di reinserimento concepite per le donne, in particolare quelle vittime di abusi, sfruttamento ed esclusione. Segue pertanto una sollecitazione affinchè si adottino le misure necessarie per garantire l’ordine nelle carceri nonché la sicurezza del personale e di tutti i detenuti, «mettendo fine alle situazioni di violenza e di abuso cui sono particolarmente esposte le donne» e le minoranze etniche e sociali. chiedendo inoltre di agevolare l’accesso delle detenute alle campagne di prevenzione sulla diagnosi precoce dei tumori al seno e al collo dell’utero, nonché ai programmi nazionali di planning familiare. Ma dal problema salute fisica risaliamo alla salute mentale con l’attenzione dovuta alla detenzione delle donne incinte e delle madri che accudiscono figli in tenera età.

 Si sottolinea infatti che la detenzione «sia prevista solo in ultima istanza» e che, in questo caso estremo, le donne possano ottenere una cella più spaziosa, possibilmente individuale, e si vedano accordata particolare attenzione soprattutto per quanto riguarda l’alimentazione e l’igiene; considerando inoltre che le donne incinte debbano poter beneficiare di controlli prenatali e postnatali di qualità nonché di corsi di educazione parentale di qualità equivalente a quelli offerti fuori dall’ambiente penitenziario. D’altra parte, si evidenzia che nei casi in cui il parto in prigione si è svolto normalmente «il bambino è generalmente sottratto alla madre entro le 24/72 ore successive alla nascita», si chiede quindi di prevedere «altre soluzioni». E’ poi necessario porre fine alla detenzione di minorenni nei carceri per adulti. Tutto questo fa ribadire la necessità di pene alternative alla detenzione allorché la sanzione prevista e il rischio per la sicurezza pubblica risultano scarsi e se la loro detenzione può determinare gravi perturbazioni nella vita familiare. E’ compito quindi che ogni singolo Stato, si impegni a facilitare il mantenimento dei legami familiari e di amicizia delle donne detenute, nonché a dar loro la possibilità di partecipare a cerimonie religiose; e che le istituzioni penitenziarie adottino norme elastiche per quanto concerne le modalità, la frequenza, la durata e gli orari delle visite. Ma anche facilitino le relazioni dei genitori incarcerati con i loro figli, a meno che ciò sia in contrasto con l’interesse del bambino, «predisponendo strutture di accoglienza la cui atmosfera sia diversa da quella dell’universo carcerario e permettano attività comuni e un contatto affettivo adeguato».Un’attenzione specifica deve essere accordata alle detenute straniere, in particolare per quanto riguarda le differenze linguistiche e culturali, agevolando loro il mantenimento dei contatti con i familiari e permettendogli di mettersi in contatto con i consolati e di accedere ad informazioni facilmente comprensibili. Ed in tale contesto, bisogna preoccuparsi pertanto di formare gli agenti a lavorare in un quadro multiculturale. E’ quindi una grande scommessa di civiltà in cui i diritti umani sono, e devono essere,l’alfiere di ogni provvedimento.

Le fotografie riportate sono tratte da: «Donne in carcere» immagini di vita, da un reportage sulle detenute, firmato da Enrico Genovesi. Quaranta scatti in bianco e nero. «Volevo far vedere cose che non si vedono, quel mondo che le persone di solito non vogliono vedere o per comodità o per altri motivi. Lo sguardo sul carcere non è un vedere diretto ma un guardare attraverso, come se ci fosse sempre un ostacolo davanti. Per questo nelle mie foto insisto nel mettere sempre qualcosa tra l’occhio e le persone che ritraggo, a volte una sbarra, a volte le ombre, a volte i teli»

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