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 venerdì, 30 luglio 2010

SARTORIA

di Raffaele Gambigliani 

... positivamente la Sua lettera di presentazione e vorremmo fissarLe un colloquio nei nostri uffici ...

Uno sbaglio? Un errore? Qualcuno aveva spedito un curriculum?

Possibile? Dopo il week-end in Toscana?

cascinaUna mail di Chiara. Tre settimane prima. "Pensi mai a quanto ci siamo divertiti a quel corso?"

Di giorno... di sera... di notte... gli altri passavano il loro tempo a studiare e noi eravamo sempre in qualche posto a divertirci... Volato... come sono passati in fretta quei mesi!... che pazzia... E noi due?... non ci siamo più visti... ci pensi?... incredibile cosa può succedere nella vita... ne ho parlato con Giulio... mio marito... sarebbe bello averti con noi per un paio di giorni... lui non è affatto geloso... figurati... Cosa stai aspettando?... mangiamo qualcosa, beviamo due o tre bicchieri di rosso... scrivimi!

Un bacio, Chiara.

Ci ho pensato sopra.

Era tanto che non andavo in Toscana.Che non prendevo una vacanza. Il problema era arrivarci. In autostrada?

Immettermi in quei monotoni rettilinei che immancabilmente finiscono per degenerare in un'insopportabile coda? Per quale motivo? Una Ford Fiesta del millenovecentonovantasette nella corsia di sorpasso. Di fianco a te. Sei in colonna, percorri tre chilometri e mezzo in cinquantacinque minuti, avresti un mucchio di tempo per riflettere su alcuni aspetti fondamentali della tua esistenza eppure l'unica cosa che pensi è se quella maledetta Ford Fiesta è davanti o dietro di te. Passa un po' di tempo... non la vedi più... è fatta, sei sicuro di averla messa per sempre alle tue spalle, ma senza nessuna ragione la tua fila si ferma e quella ricomincia ad avvicinarsi. Se non riesci a vincere il duello ti senti amareggiato più per la sconfitta che per tutto il tempo perso in quel modo.

Non mi piacciono le autostrade. Non è bello farsi battere da un Ford Fiesta del millenovecentonovantasette. E poi la mia auto è ferma da più di due anni.

Una mattina d'inverno.Le dieci. Stavo andando a fare la spesa. Spingevo il pedale ma non voleva saperne di partire.

"E' la batteria"

Ha sentenziato il vicino, materializzatosi dalla villa di fronte. Sembrava contento.

"E' molto tempo che non la cambia?"

Non avevo voglia di parlare con lui. Devo aver risposto vagamente, del tipo

"Non l'ho mai cambiata."

"Impossibile!"

"Impossibile?"

"La batteria va cambiata ogni tre o quattro anni. La sua auto ne ha quindici. Deve averla cambiata per forza."

Il tipo cominciava a darmi sui nervi.

Siamo andati avanti per qualche minuto con questa storia, se era possibile o impossibile che una batteria resistesse tanti anni senza essere cambiata. Insisteva, diceva che l'avevo cambiata almeno una volta.

Non abbiamo trovato alcun compromesso. Mi sono così innervosito che alla fine ho deciso di non dargliela vinta.

"Non ho più cambiato la batteria.

Ho smesso di usare l'automobile.

A cosa serviva?

Non ne avevo bisogno."

Protetto dalle tende della mia cucina lo vedevo uscire tutte le mattine, il mio vicino di casa, lo vedevo guardare con disgusto la mia punto del novantadue.

Si è calmato solo l'anno successivo, quando il comune ha riasfaltato la strada.

È venuto a suonare al mio campanello, un paio di giorni prima che arrivassero gli operai.

"Deve cambiare la batteria e spostare la macchina."

Ha urlato. Sembrava furioso.

"Altrimenti la rimuoveranno. Il comune non può aspettare i suoi tempi."

Qualche ora più tardi, mentre il carro attrezzi caricava il veicolo, l'ho visto avvicinarsi a un vigile urbano dall'aspetto imponente. Hanno alzato gli occhi verso la finestra da dove li osservavo. Parlavano di me, chiaro, sembravano molto sicuri del fatto loro, il vicino con quel sorriso supponente e il vigile con la sua pistola nella fodera bianca.

Sono andato in treno.

TrenoIn treno? E perché mai?... mi ha scritto Chiara, ... è scomodo e faticoso, devi cambiare a Firenze, a Siena devi prendere una corriera che passa ogni sei ore... non ti conviene proprio... fai come vuoi...

Per tutto il viaggio non ho fatto altro che pensare al week-end che mi aspettava.Era un mucchio di tempo che non mettevo il naso fuori di casa. Perché non facevo qualche viaggio?

Se continuavo a rimanere in casa rischiavo di fare la fine di quell'idiota del mio vicino, con la sua arrogante supponenza.

Chiara è venuta a prendermi alla stazione delle corriere.Più bassa di come la ricordavo.Il primo impatto non è stato positivo. Sembrava invecchiata.

Le due gravidanze? Ero altrettanto vecchio?

Chiara. Come se fosse sorpresa. Di vedermi.

Era arrabbiata perché avevo deciso di prendere il treno? In auto, mentre correvamo verso il casolare, nessuno parlava. Avrei voluto dire qualcosa, ma troncava qualsiasi comunicazione.

Il suo sguardo. Avevo fatto qualcosa di male?

Giulio, il marito di Chiara. Un uomo alto, con braccia forti e occhi sinceri.

"Quante volte mi ha parlato di tè! È come se ti conoscessi."

Mi ha detto sorridendo.

"Ti piace la nostra casa?"

Chiara e Giulio hanno scelto di vivere in un bel posto, disperso nel saliscendi della collina senese, senza asfalto né fretta. Tigrati, i mici sognano all'ombra di ulivi piantati in enormi vasi di terracotta. La mia camera è al secondo piano, grande e spaziosa, con il soffitto alto delle case di un tempo. Il letto è morbido, le lenzuola di lino fresche e rilassanti. Mi avvicino alla finestra, apro gli scuri - le viti si inseguono a perdita d'occhio fino all'orizzonte.

Come mai sono stato cosi tanto senza viaggiare?

A tavola, più tardi, Chiara continua a rimanere in silenzio.

E' successo qualcosa? Ho sbagliato a venire? Ha litigato con Giulio? Anche lui ha smesso di sorridere.

Seduti attorno a un tavolo di legno a sgranocchiare olive senza nessuno che dica alcunché.

"Scusa se decido di essere diretta... sono fatta così... perché... perchè diavolo rispondi all'indirizzo di Marco?"

"Di Marco?"

"Marco Gatti."

"Marco Gatti?"

"Perché rispondi alle mail di Marco?"

Ha detto Giulio improvvisamente. Sembrava imbarazzato.Ci abbiamo messo un po' per capirlo. Marco Gatti.

Nella sala dei computer, cinque anni prima, durante una pausa del corso, mentre mi registra a un provider di posta elettronica. Non ero capace. Aveva lasciato i suoi dati, Marco Gatti, ed erano anni che andavo avanti con una mail che faceva nomeecognomepuntoqualcosaltro ma il nome e il cognome non erano i miei.

Ero diventato Marco Gatti. L'amico di Chiara. In effetti mi era parso strano che invitasse proprio me. Non ci eravamo mai parlati a quel corso.

E adesso?

Chiara e Giulio e un finto Marco seduti attorno a un tavolo di legno a sgranocchiare olive senza assolutamente niente da dirsi.

Lontano da casa, lontano dalla mia finestra, lontano dal mio vicino, lontano da tutto, esattamente come in questo momento, con una lettera in mano di gente che vuole parlare con me.

Si sono sbagliati anche loro, si sono sbagliati come Chiara?

Non voglio assolutamente essere Marco Gatti. E per di più non ho spedito alcun curriculum. Non ho voglia di ricominciare a lavorare.

Da quanto il governo ha aumentato il sussidio di disoccupazione riesco a vivere senza troppi patemi. Con la casa di proprietà è sufficiente stare attenti tra i banchi del supermercato, spegnere il riscaldamento prima di andare a dormire, ignorare il canone della televisione e non uscire senza un motivo coerente.

Fuori, del resto, ci sono sempre le stesse persone.

Che bisogno c'è di lavorare? Sento il bisogno di quella vita ripetitiva e monotona?

Svegliarsi tutte le mattine, rimanere nello stesso posto per migliaia di ore con le solite facce facendo finta di avere qualcosa da fare o - peggio - immaginando di essere indispensabili per la realizzazione di un obiettivo? Corrodere il proprio biosistema in un circuito competitivo che sul lungo periodo - nella migliore delle ipotesi - può portare a gravi nevrosi come quelle del mio vicino di casa? Va a finire che non hai niente di meglio da fare che suonare al campanello del tuo dirimpettaio e urlargli

"Deve cambiare la sua batteria."

Per prima cosa dovevo procurarmi un completo, una camicia e un paio di scarpe decenti. Roba che poteva sempre servirmi, del resto. Sono sempre i più insospettabili a presentarsi all'appuntamento con Dio, e in più - ogni tanto - c'è qualcuno che decide di organizzare matrimoni così trionfali e con liste di invitati così allargate che finisco per essere invitato anch'io. Il primo errore è stato quello di andarci sul tardi, con gli uffici che cominciano a chiudere e la folla che passeggia per strada. E così il negozio è pieno di gente, quelle coppie non troppo belle che si scambiano consigli su come migliorare il reciproco aspetto. Quando arriverà il mio turno? Mi avvicino di soppiatto a una commessa giovane e carina che cerca di convincere un quarantenne un po' sovrappeso a comprare una giacca che lo fa sembrare ancora più grasso. Vanno tantissimo quest'anno, gli confida con lo stesso tono di voce con il quale lui - qualche ora prima - ha indotto una cliente della sua filiale a sottoscrivere una polizza sanitaria altrettanto inutile. La natura è davvero capace di imperversare con questo accanimento? Dentro un camerino poco più grande del baule della mia vecchia automobile, poco più tardi, comincio a sudare freneticamente. Non ho abbastanza spazio per vestirmi, non so dove appendere la roba e come al solito scopro di avere un calzino bucato. Ho spiegato alla commessa giovane e carina che non mi rimangono molti soldi dal sussidio di disoccupazione, che va bene anche un vestito dell'anno prima. Lei mi ha risposto che al lavoro le danno poco di più, quasi quasi non ne vale la pena, ma all'inizio dell'anno le lasciano scegliere i vestiti del campionario. Nel camerino fa sempre più caldo, comincio a emanare odori poco gradevoli. Ti va bene? Vuoi provare un altro vestito? Per l'amor del cielo, non se ne parla nemmeno. Quello che indosso, un po' stretto, un po' largo, può andare benissimo.

Ed eccomi qua, negli uffici della quarantaquattresima azienda italiana per capitalizzazione in borsa, come sta scritto in un opuscolo che ho letto mentre aspettavo.

Davanti a me un impiegato dell'ufficio personale. E' piuttosto giovane, e non ha l'aria di essere il capo. C'è anche un assistente, al suo fianco, che assomiglia terribilmente alla ragazza del negozio di abbigliamento. Porrebbe essere sua sorella.

Perché non mi fanno parlare con il capo?

"Volevo dire un paio di cose, per cominciare."

"Dica, dica pure."

"La prima è che non mi chiamo Marco Gatti."

Silenzio.Senza muoversi di un millimetro i due riescono a incrociare lo sguardo.

"Come, prego?"

"Dicevo, che non mi chiamo Marco Gatti."

Ancora silenzio.Non osano guardarsi di nuovo. Forse hanno paura.

"... e ... e la seconda?"

Azzarda il maschio.

"Che non vi ho inviato alcun curriculum."

"Impossibile!"

Risponde, pronto. Comincia ad armeggiare nella cartellina davanti a lui.

"Eccolo qui."

Dice, porgendomi un foglio. Sembra aver recuperato un po' di fiducia.In effetti è un curriculum. Il mio, non quello di Marco Gatti.

"... è lei?"

"Sì, ma ci deve essere un errore. Cioè, queste qui sono tutte cose vere... cose che ho fatto sul serio... il mio percorso di studi e le mie esperienze lavorative ma..."

"Ma..."

"Ma questo curriculum non l'ho scritto io. E non ve l'ho mandato."

"E come è possibile?"

Dice guardando me, e - finalmente - la sua collega. Sembra imbarazzato, sinceramente dispiaciuto.

"Non ne ho idea. E' un po' di tempo che mi succedono cose strane."

"Cose strane?"

"Senza sapere il perché finisco in posti in cui non sono stato invitato."

Dico, alzando le spalle. Dove finirò la prossima volta? Meglio non domandarselo.

"Ma..."

Sembra titubante, guarda la ragazza al suo fianco, come se alla fine fosse lei a decidere. Ha perso di nuovo la sua sicurezza.

E' lei a parlare.

"Ma... ma se le cose che sono scritte su questo curriculum sono vere... insomma, a noi potrebbe anche interessare fare un colloquio con lei... ha maturato un mucchio di esperienza in passato..."

"Davvero?"

E in un attimo ripenso alle mattine passate in casa, a quanto è bello svegliarsi alle dieci con Micio che dorme ai miei piedi, a quanto sia piacevole avere tutto quel tempo per leggere pensare e fare le mie cose.

Cosa vogliono queste persone?

"Ma certamente!"

Riprende il maschio.Ha recuperato di nuovo la sua sicurezza.Deve avere un carattere piuttosto altalenante.Forse il lavoro non gli lascia abbastanza tempo per pensare.

"Senza dubbio dovremmo valutare le sue capacità professionali, se il suo profilo corrisponde alle caratteristiche che richiediamo e infine - naturalmente - verificare se la nostra offerta per il suo inquadramento è in sintonia con le sue aspettative."

"Davvero?"

Continuiamo a guardarci senza avere nulla da dire.

"In effetti non siamo mai stati molto in confidenza durante il corso."

Sorride.Alza leggermente le spalle.E adesso? Cosa devo fare? Cosa succederà?

Giulio mi riaccompagnerà alla fermata, cercherò un po' di ombra fino all'arrivo della corriera, e poi prenderò due treni per tornarmene a casa.

Silenzio.

Chiara e Giulio e un finto Marco seduti attorno a un tavolo di legno a sgranocchiare olive senza assolutamente niente da dirsi.

È molto bello qui.Per quale motivo sono stato tanto tempo senza viaggiare?

Villa"Ecco... avete proprio una casa stupenda... magari è una richiesta un po' strana, ma mi piacerebbe rimanere qui con voi ugualmente. Fate finta che io non ci sia, cercherò di disturbarvi il meno possibile."

Più tardi, mentre il crepuscolo avvolge il paesaggio, Chiara e Giulio sono affacciati al terrazzo in ferro battuto della loro camera da letto. Forse non mi considerano del tutto sano di mente, forse hanno paura, con tutto quello che si legge sui giornali non è piacevole avere uno sconosciuto che gira per casa, forse sono solo seccati, si stanno chiedendo come hanno fatto a finire in questa situazione, a come liberarsi nel modo più indolore possibile del sottoscritto, forse stanno pensando a quel simpaticone di Marco Gatti, cosa starà facendo in questo momento ma soprattutto quale sarà il suo vero indirizzo di posta elettronica. Ci sono molte cose che potrebbero andar meglio, immagino mentre mi lascio avvolgere dall'acqua della loro piscina.


2006.